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Formazione in bianco. E le guardie vanno a morire. PDF Stampa Email
Scritto da Ilaria Garaffoni   
Martedì 03 Novembre 2009 00:00

formazione in bianco

Una firma in bianco apposta su un registro.
In certi casi - nemmeno troppo rari, secondo un'indagine Themis ancora attuale - la formazione obbligatoria delle guardie giurate si risolve in questo.
E non c’è troppo da sorprendersi, visto che per oltre 70 anni “saper leggere e scrivere” è stato il requisito culturale necessario, e sufficiente, per ottenere l’autorizzazione a svolgere l’attività di gpg.
Col risultato che alle guardie è da sempre appioppato l’odioso epiteto di “operai con pistola”.

Ma con il DL 8 aprile 2008 n. 59 si è finalmente messo nero su bianco che le guardie particolari giurate rivestono la qualifica di incaricato di pubblico servizio e che starà al Ministero dell'Interno, attraverso la Commissione Consultiva Centrale, individuare con decreto i requisiti minimi professionali e di formazione delle guardie.

Fino allo scorso agosto, infatti, il quadro normativo non definiva un percorso univoco per la formazione. Fatta eccezione per il DM 85/99 sugli operatori di sicurezza aeroportuale (“in dirittura di riforma” ormai da tempo immemore) e per i pochi cenni contenuti nel CCNL (i cui lavori di rinnovo hanno finalmente preso il via), c’erano solo i regolamenti questorili a tentare la svolta morale sulla formazione professionale. Con risultati goffi e disomogenei: i regolamenti seguivano infatti le sensibilità personali dei questori, costruendo regimi diversi provincia per provincia, sia in termini di rischio per le guardie, sia in termini di onerosità per gli Istituti.

Il decreto ora allo studio della Commissione Consultiva Centrale potrebbe quindi essere la volta buona per specificare in maniera organica la durata dei corsi, i criteri di scelta dei formatori e le materie di studio, magari senza limitarsi al buon vecchio tirassegno ma allargandosi alla tecnologia, all’inglese, alla conoscenza del territorio, per costruire un percorso formativo che accompagni la guardia in tutto il ciclo professionale e, soprattutto, che non si affidi esclusivamente all’etica (spesso labile) del singolo Istituto. A quel punto, a poco importerebbe il titolo di studio: che la guardia sia laureata honoris causa o sappia giusto leggere e scrivere, basta che abbia una formazione adeguata alle sue mansioni.

Peraltro il mondo della vigilanza dovrebbe conoscere bene i fabbisogni formativi del settore, visto che l’Ente Bilaterale Nazionale della Vigilanza Privata ha commissionato già qualche anno fa un'analisi sul tema, proponendo moduli innovativi di qualificazione professionale.
Del resto, se è vero che in tempi di budget ridotti all’osso è difficile chiedere alle imprese di investire in formazione, è altrettanto vero che la stessa offerta formativa deve saper contenere le difficoltà delle aziende e dei lavoratori, dimostrando di essere davvero quel luogo strategico dove sostenere la competitività che le è affidato dallo stesso pacchetto anticrisi, nel richiamare la necessità di percorsi formativi o di riqualificazione per i lavoratori in difficoltà.

Su questo punto, anche per la vigilanza da almeno sei anni c’è la possibilità di ottenere finanziamenti per i piani di formazione continua volti a riqualificare le guardie in mobilità. Iscrivendosi ai Fondi di Formazione Interprofessionale ogni Istituto può infatti versare, a prescindere dall’associazione datoriale di riferimento, lo 0,30% a For.Te., Fon.Ter. e Fondimpresa, anziché all’Inps, per ottenere il finanziamento dei moduli didattici proposti.

E tuttavia le imprese stentano a cogliere queste opportunità, o forse non le conoscono.
E questo non sembra un buon segnale sullo stato della formazione non solo delle guardie, ma degli stessi imprenditori, cui in pochi anni si è chiesto di passare da padroncini di oligopoli a manager col pedigree. Forse è da loro che si dovrebbe partire per riqualificare il settore.
E per non mandare le guardie a morire.