Bodyguard, accompagnatore, security driver, VIP protection, pure portaborse: sono solo alcune delle fantasiose definizioni dell’attività di close protection in Italia. Un mestiere non codificato dove gli operatori professionali convivono con gli improvvisatori, alimentando abusivismo, concorrenza sleale e rischi per clienti e lavoratoti. L’analisi tecnica è di Carmelo Scicolone, Professionista della Security Certificato UNI 10459, esperto in Mitigazione Rischi Dolosi.
Close Protection: un settore bistrattato in cerca di una cornice normativa moderna
di Carmelo Scicolone
Il mercato della close protection, cioè dei servizi di protezione ravvicinata a favore di persone esposte a rischi specifici, sta assumendo anche in Italia una rilevanza crescente. La domanda non proviene più soltanto da grandi imprenditori, diplomatici, personaggi dello spettacolo o famiglie ad alta capacità patrimoniale, ma anche da manager, professionisti, aziende con personale in trasferta, eventi privati, contesti giudiziari sensibili e situazioni di minaccia reputazionale o personale.
Domanda
Dal lato della domanda, il cliente ricerca discrezione, preparazione tecnica, capacità preventiva, gestione del rischio, conoscenza del territorio, guida sicura, coordinamento logistico e capacità di relazione. La protezione moderna non coincide con l’immagine muscolare della “guardia del corpo”, ma con un servizio integrato di analisi, pianificazione, prevenzione e intervento proporzionato.
L’offerta
Dal lato dell’offerta, tuttavia, il mercato appare disomogeneo. Accanto a operatori strutturati, autorizzati e formati, esistono soggetti che si propongono con formule ambigue: accompagnamento, stewarding, assistenza personale, sicurezza non armata, driver security, consulenza operativa. Questa frammentazione genera concorrenza al ribasso, confusione per il cliente e rischi concreti sul piano della responsabilità civile, penale e assicurativa.
Il nodo principale
Il nodo principale riguarda la regolazione. La normativa italiana disciplina in modo puntuale la vigilanza privata, le guardie particolari giurate, gli istituti autorizzati e le investigazioni private, ma la protezione personale presenta ancora aree grigie. In mancanza di una cornice specifica e moderna, il mercato tende a svilupparsi per prassi, interpretazioni e formule commerciali che non sempre garantiscono standard minimi verificabili.
Questa deregulation di fatto non favorisce né gli operatori seri né gli utenti finali. Al contrario, espone il settore a improvvisazione, abusivismo, utilizzo improprio di qualifiche, assenza di formazione certificata e difficoltà nel distinguere tra sicurezza privata legittima, mera assistenza personale e attività riservate a soggetti autorizzati.
Come uscirne?
Le possibili istanze al decisore pubblico dovrebbero muoversi in tre direzioni.
La prima è il riconoscimento della close protection come segmento specifico della sicurezza privata, con una definizione giuridica chiara.
La seconda è l’introduzione di requisiti minimi: formazione specialistica, idoneità psicofisica, conoscenze normative, procedure operative, coperture assicurative e tracciabilità degli incarichi.
La terza è la tutela del mercato qualificato, attraverso controlli contro l’abusivismo e criteri di accreditamento per imprese e operatori.
Regolare non è ingessare
Regolare non significa irrigidire il mercato, ma renderlo più trasparente, professionale e competitivo. In un contesto in cui il rischio personale è sempre più dinamico, la close protection può diventare una componente evoluta della sicurezza privata italiana, purché sia sottratta all’improvvisazione e collocata dentro un quadro normativo coerente, proporzionato e riconoscibile.















