Cosa accomuna uno scavo etrusco e la sicurezza aziendale? L’intelligence. Perché sia archeologo che Security Manager cercano, osservano, analizzano e interpretano ciò che gli altri non vedono. Nel libro Intelligence applicata alla security aziendale, Mirko Ruberto dimostra come metodo, osservazione e capacità di collegare gli indizi siano gli strumenti essenziali per anticipare le minacce e trasformare l’informazione in conoscenza.
Tra le mie ossessioni, vi consegno quella per l’archeologia – etrusca in particolare.
L’archeologo cerca, scava. Non sempre trova. Osserva, collega, formula ipotesi, interpreta. Non si limita a vedere: guarda. Diffida delle conclusioni facili, non sopravvaluta un indizio ma nemmeno lo sottovaluta. Unisce i puntini, confronta percorsi di ricerca che procedono paralleli senza conoscersi, verifica, torna sui propri passi. E, nel frattempo, dato che c’è, lavora pure.
Gli archeologi parlano di veri e falsi, di procedure di attribuzione, di accostamenti, similitudini, ripetizioni spaziali e temporali dei fenomeni, di ipotesi costruite attraverso confronti e pattern. Sono investigatori del tempo che applicano, di fatto, le stesse logiche dell’intelligence.
Non a caso il professor Gottarelli, eminente etruscologo, è anche un ex Carabiniere. E non è un caso che Mirko Ruberto, Security & Loss Prevention Manager, arrivi da 25 anni nelle Forze Armate, di cui un decennio al comando diretto di personale. Cambiano gli scenari, ma il metodo è sorprendentemente simile.
Questo è il cuore (o, secondo l’approccio degli aruspici etruschi, il fegato) di “Intelligence applicata alla security aziendale”. Un libro che non racconta i misteri dell’intelligence alla 007, ma propone un metodo di lavoro concreto, applicabile ogni giorno da chi si occupa di sicurezza.
Un metodo che segue una regola aurea: un fatto anomalo è solo curioso; due fatti anomali sono una coincidenza; tre fatti anomali costruiscono un pattern e, probabilmente, porteranno ad una prova. E’ la famosa “regola del tre”. Vale nell’intelligence come nell’archeologia – e spesso anche in amore.
Ruberto accompagna il lettore lungo il ciclo dell’intelligence con raro dono di chiarezza e sintesi, consegnandoci un vero manabile operativo. Si parla di weak signals e di minacce low tech, più insidiose di quelle sofisticate perché si tende ad ignorarle. Si affronta il delicato equilibrio tra procedure e flessibilità operativa – la definizione di regole sufficientemente solide da garantire il controllo, ma non così rigide da paralizzare l’organizzazione.
E sul fondo il tema centrale: l’uomo. La persona è la prima risorsa della sicurezza e della vigilanza privata, ma può diventare anche la principale vulnerabilità. Se nella classificazione delle informazioni anche un operatore fiduciario può fare HUMINT, allo stesso modo un sedicente manutentore può essere il vettore di un attacco ad un gruppo industriale.
Ancora una volta torniamo alla differenza tra vedere e guardare. Che è meno di scrutare (di cui spesso l’osservato ha sentore) ma è assai più di veder scorrere le immagini senza pensiero critico.
Non meno importante, la capacità del Security Manager (e delle risorse che egli gestisce o impiega) di dialogare efficacemente con le Forze dell’Ordine. Se non si parla la stessa lingua, se non si rispettano ruoli e prerogative, se non si sa condividere – e selezionare, e riportare correttamente – le informazioni, fallisce anche il più dettagliato protocollo di sinergia pubblico/privato.
Tutto questo è intelligence: cercare ciò che gli altri non vedono, collegare gli indizi e trasformare informazioni apparentemente scollegate in conoscenza utile. E, soprattutto, saperla comunicare.
Mirko ci riesce con naturalezza. Leggere il suo libro mi ha restituito lo stesso piacere di una conferenza di etruscologia ben fatta: quelle in cui anche chi ignora il significato del fegato degli ovini torna a casa con qualcosa di spendibile nel lavoro di security. Senza scomodare gli dei etruschi per conoscere il futuro, ma imparando a leggere il presente per riconoscere e anticipare le minacce di domani.
















