Legittima difesa: no se si provoca lo scontro

16 Ago 2026

di Ilaria Garaffoni

Dopo il caso Roggero, si è riacceso il dibattito sulla legittima difesa. La Cassazione ribadisce, in un caso che tocca da vicino la vigilanza privata, che non si tratta di un salvacondotto per chi sceglie lo scontro. Con la sentenza n. 8201/2026, la Suprema Corte ribadisce infatti che l’articolo 52 c.p. opera solo quando il pericolo è attuale, l’aggressione ingiusta e la reazione necessaria. Se c’è provocazione, la scriminante cade.

Il caso riguarda due fratelli che, già in conflitto con una guardia giurata, si presentano alla sua abitazione armati di una spranga. Ne nasce una colluttazione: la guardia spara e ferisce uno dei due, ma viene poi disarmata. A quel punto, uno dei fratelli raccoglie l’arma e uccide l’uomo. In giudizio, la difesa tenta di invocare la legittima difesa.
Secca la Cassazione: chi si reca in un contesto ad alta tensione, sapendo che l’avversario è armato, accetta il rischio di una reazione prevedibile. La legittima difesa torna in gioco solo se l’altro reagisce con modalità eccezionali e sproporzionate – e non era quello il caso.

Determinante, per i giudici, il momento del colpo mortale: la guardia era già disarmata, quindi il pericolo attuale era cessato. Da quel punto in avanti, non si parla più quindi di difesa ma di offesa.

La sentenza indirettamente richiama un principio base anche per chi fa sicurezza privata: la legittima difesa non copre sfide, provocazioni o escalation volontarie. Sapere cosa si può fare e cosa no può quindi salvare la pelle della guardia giurata, o almeno la sua fedina penale.
E’ essenziale dunque saper gestire il conflitto e fare de-escalation per evitare il peggio – per gli altri, o peggio per gli stessi lavoratori.

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