Nel fantabosco della vigilanza privata c’è stato un tempo in cui, crepando di straordinari, la guardia giurata riusciva persino a portare a casa uno stipendio decoroso. Era la gloriosa stagione delle tariffe di legalità, che frenavano le più spericolate corse al ribasso dei prezzi. Poi è arrivato il libero mercato senza paracadute: gli istituti si sono scannati sul centesimo, hanno sostituito servizi armati con servizi disarmati ed è finita come tutti vediamo.
Clienti privati – e ancor più colpevolmente pubblici – che pretendono sicurezza premium a costo discount; sindacati, anche blasonati, che firmano salari indegni salvo poi gridare al caporalato davanti ai giudici. Ed è lecito pure chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, visto che molte imprese che oggi denunciano l’abuso dei fiduciari sono le stesse che per anni hanno giocato sull’equivoco, facendosi allegramente dumping contrattuale in casa.
E la crisi delle vocazioni – più che legittima – ha dato il colpo di grazia, spostando sempre più il baricentro dalla figura della guardia giurata decretata (che deve avere cittadinanza europea) verso l’universo dei servizi di sicurezza, dove la platea dei candidati è più ampia. Ma anche la più volatile.
E’ questa la sicurezza che vogliamo?
Si parla ora di “salario giusto”: benissimo. Ma la domanda è: se sinora anche i sindacati più rappresentativi hanno fallito l’obiettivo, come ci si arriva? Si chiede ai committenti – almeno quelli pubblici – una “tariffa di legalità”? Si impone che almeno recepiscano gli aumenti derivanti da rinnovi contrattuali (fatto ahimè non scontato né comune nei contratti pluriennali)?
Perché inutile girarci intorno: con basi d’asta che rasentano l’estorsione, parlare di dignità del lavoro è un mero esercizio di stile.














