Posto fisso? Posto mobile? Posto e basta?

irap

Da quando Tremonti ha scavalcato a sinistra il sindacato con l’apologia del posto fisso, la stabilità lavorativa è tornata un valore per tutti.
Ma mentre Tremonti parla di cogestione dell’impresa, Brunetta dichiara formalmente chiuso lo scontro tra capitale e lavoro e invoca la figura del dipendente-azionista, con una flessibilità distribuita su tutte le figure del mondo lavorativo (tipiche e atipiche). E se Emma Marcegaglia si appella alla flessibilità regolata alla Treu-Biagi, il Senatore Ichino propone il contratto a tempo indeterminato per tutti, con una fase di inserimento di tre anni, durante la quale si può esser licenziati solo dietro compensazione economica o per giusta causa, con un salario minimo e un contributo previdenziale del 33% per tutti.

Ovviamente anche la vigilanza privata, che non ama farsi mancar nulla, ha i suoi “atipici”.

Anzi, sono forse più numerose le figure atipiche di quelle codificate: portieri, hostess, stewart, buttafuori,  addetti all’accoglienza, tutte le figure che rientrano nell’area grigia della vigilanza disarmata vivono di “atipicità”. E nonostante il varo dei decreti sugli stewart e sui buttafuori, queste figure sono tuttora in attesa di una cornice contrattuale. Chissà se sarà di stampo tremontiano, brunettiano o ichiniano.

Comunque sia (e qualcosa ci fa pensare che, tra cassa integrazione e ammortizzatori sociali, il governo abbia al momento altri imperativi), per creare posti fissi – e posti in generale – occorre dare stabilità alle imprese, quindi occorrono urgenti riforme e dei segnali tangibili di ripresa. Che non ci sono.
Risultato: mentre gli occhiuti economisti scrutano l’orizzonte per captare invisibili tracce di schiarite, l’87% degli italiani ha sempre più paura di perdere il posto.
Secondo un sondaggio Ispo/Confesercenti, la  metà degli occupati teme infatti per le proprie sorti e un italiano su 5 dichiara che nell’ultimo anno qualcuno della sua famiglia ha perso il lavoro o è finito in cassa integrazione.

Uno scenario, anche questo, non troppo lontano da quello di un settore ritenuto anticiclico come la sicurezza privata. Quanto meno nella componente dei servizi, visto che, secondo l’ultimo Rapporto Federsicurezza, già nel “felice” 2007 un istituto di vigilanza su due presentava bilanci in rosso e il numero delle imprese era in calo. E se nel 2008 era il numero delle guardie a risultare in flessione, benché ancora in misura non allarmante, in questo 2009 certamente non splende il sole né sul fronte occupazionale, né sul fronte della competitività delle imprese.

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La crisi ha infatti riverberato sui prezzi e sui volumi dei servizi, come pure sul capitale circolante.
Ma il danno peggiore, che affonda le radici in pratiche purtroppo ben consolidate, è la caduta libera delle tariffe, con derive sempre più preoccupanti, in barba alla tabella sul costo orario,

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che è arrivata quando i maggiori appalti erano già presi. Quindi: servizi acquisiti al massimo ribasso che si sommano, peraltro, a ritardi nei pagamenti spesso insostenibili (le PA possono superare gli 8 mesi di dilazione).
Sul fronte del lavoro, le imprese si trovano poi in difficoltà ad applicare le flessibilità consuete e in un settore “labour intensive”, se non si può adattare la forza lavoro alla reale consistenza dei contratti, non resta che licenziare. Oppure metter mano seriamente alla questione del trasferimento della mano d’opera assieme agli appalti.

Dulcis in fundo, c’è l’Irap, acronimo di Imposta-RAPina secondo lo stesso Berlusconi, che colpisce investimenti e assunzioni e che va pagata anche se il bilancio aziendale porta un segno negativo.
Senza questa imposta (o con un’aliquota o un imponibile Irap ridotti) le imprese – tutte quante, non solo le solite imprese che influenzano la politica – potrebbero rifiatare e crescere in competitività.
Ma, nonostante il coro di proteste, il DL dei Consiglio dei ministri del 12.11.09 che doveva eliminare o comunque ridurre drasticamente l’Irap si è risolto in una fumata grigia.
Con un dietro front improvviso, il governo ha infatti ridotto gli acconti fiscali alla sola imposta sulle persone fisiche lasciando fuori le imprese. Quindi: tagli solo all’Irpef per circa 3,6 miliardi di euro.
E nemmeno la Finanziaria ha previsto sgravi.
Il vero problema è che l’Irap frutta alle casse dello stato circa 30 miliardi di euro l’anno, paga gran parte della sanità e garantisce alle Regioni un congruo margine di autonomia.
La fantasia degli economisti si sta quindi da tempo scatenando nelle ipotesi di copertura alternativa del gettito: dai Tremonti-bond all’aumento dell’Iva, dal bonus ricapitalizzazioni all’Ires.
Tutte sigle foriere di ulteriore minaccia per noi comuni mortali, perché la sintesi è che, per abolire l’Irap, ci pioveranno in testa almeno 7 nuove tasse. E giù altri 7 anni di guai.

Che fare allora? Qual è la exit strategy?
Tutti chiedono riforme: detassazioni, privatizzazioni, maggiore flessibilità del mercato del lavoro.
Nel settore della vigilanza, la riforma ha per ora portato ad una riduzione dei costi strutturali per chi dispone di più centrali operative (i gruppi più importanti) e al contempo ha aumentato la concorrenza sulle tariffe, soprattutto su servizi base come il piantonamento.
Stiamo parlando di un settore dove le società per azioni rappresentano solo il 5% del tessuto societario e la polverizzazione è la regola. Si prevedono quindi ulteriori cessioni e fusioni.
Private equity, multiservice, grandi gruppi esteri: fatevi sotto.

Sul fronte delle istanze al decisore, la vigilanza chiede che venga alleggerito il costo del lavoro e che vi sia chiarezza nella determinazione dei prezzi e nell’assegnazione degli appalti, oltre ad una deroga definitiva rispetto ai generici “servizi” della Direttiva Bolkestein, come pure la possibilità per i privati di detrarre il costo dei servizi, sulla scia di iniziative già sperimentate per la sicurezza tecnologica.

E lo stato come reagisce alle richieste?
Sprofondato in una crisi globale con la duplice eredità di un debito pubblico mostruoso e di riforme strutturali insufficienti, si limita per ora a tagliare i costi usando la scure soprattutto su sanità e scuola. Non proprio le condizioni ideali per creare una cornice di stabilità del lavoro.