Certificazione nella vigilanza privata: metodi polizieschi?

Oggi un pericolosamente mite Bastiancontrario si sofferma sulle pratiche latamente “poliziesche” messe in atto da alcuni enti di certificazione – non per loro prassi operativa (anche perché sono pagati dalle imprese di vigilanza privata!), ma perché sostanzialmente vessati da un approccio altrettanto poliziesco di Accredia, che pare voglia per forza trovare e sanzionare l’errore. Risultato? La certificazione non serve a niente è la frase che più spesso ripetono gli imprenditori. Che a quel punto si sentono titolati a scegliere l’ente più a buon mercato. Olé! PS Continua la riffa a scoprire l’identità del nostro misterioso autore. Ricchi premi al vincitore.

Ognuno al suo posto

Il mio unico lettore mi perdonerà se oggi tratto un argomento, diciamo, di nicchia, ma ogni tanto è bene partire dal particolare per arrivare al generale (lo stato della sicurezza privata).

Dunque, è notorio che nel 2014, con il decreto n.115, il mondo della vigilanza privata si è aperto, buon ultimo, alla certificazione di qualità. Ora, nell’intento del legislatore la certificazione è uno strumento, potremmo dire, “dual use”: per le autorità di pubblica sicurezza, perché fornisce informazioni, dati, elementi fattuali utili a rendere più efficace l’attività di controllo; per le aziende, perché dal processo di audit si traggono gli elementi necessari non solo al rispetto delle norme, ma al miglioramento dell’operatività e della gestione dell’azienda.

Un caso in cui il controllore favorisce lo sviluppo del controllato, non limitandosi ad evidenziare le criticità, ma collaborando al superamento delle stesse. Un principio molto bello che, a dire il vero, le prefetture e le questure hanno stentato a metabolizzare, e questo ce lo aspettavamo, ma che anche chi governa il mondo della certificazione non sembra aver capito del tutto e questo, in verità, ci meraviglia non poco. E si, perché se è comprensibile che le autorità di PS abbiano avuto bisogno di tempo e fiducia per scoprire, apprezzare e utilizzare appieno le opportunità offerte dalla certificazione, incomprensibile appare che chi da decenni governa questo mondo, spesso fissandone le regole ma, soprattutto, facendole rispettare, affronti la certificazione degli istituti di vigilanza con uno spirito degno dell’antico (e disciolto) Corpo delle guardie di pubblica sicurezza.

Assistiamo, allora, ad audit presso gli Organismi di certificazione (perché questo fa l’ente nazionale di accreditamento, non ispezioni presso gli istituti!) condotti con piglio poliziesco che punta a trovare la falla, a punire la violazione, applicando le norme con più realismo del re! E, di conseguenza, l’organismo di certificazione per non soccombere (considerato che da quell’ente dipende tutta la sua attività, non solo quella relativa agli istituti di vigilanza), adotta lo stesso

piglio nella certificazione dell’istituto di vigilanza che, per inciso, è quello che lo ha scelto e lo paga (con tanti saluti alla natura didattico-migliorativa della certificazione!). E’ possibile allora assistere a situazioni paradossali, in cui all’istituto viene contestato di non aver “obbligato” la prefettura a modificare la licenza o a convocare la commissione per gli esami di certificazione delle guardie giurate (ancorché più volte sollecitata in tal senso), oppure di non aver “costretto” il MISE ad effettuare il previsto sopralluogo. E l’istituto si trova in mezzo tra l’inerzia (a volte anche giustificata) della pubblica amministrazione e l’ostinazione dell’organismo di certificazione che, alla fine muoverà una contestazione o, peggio, adotterà un provvedimento (sospensione o revoca

della certificazione) che inciderà negativamente proprio su quella licenza per la quale l’istituto è in incolpevole attesa di ottenere determinazioni dalla P.A. Kafka docet!

Ecco quindi la serpeggiante sfiducia delle aziende nei confronti degli organismi di certificazione che si risolve, manco a dirlo, nella ricerca di quello a più buon mercato, anche se non di spiccata qualità. Quindi? Direi che la soluzione è semplice: gli organismi, ma soprattutto chi li autorizza e controlla, dovrebbe guardare con maggiore attenzione alla funzione “educativa”, di supporto, della certificazione, mirando ad individuare i problemi, ma anche il modo migliore per risolverli, nel rispetto delle norme di riferimento. Insomma un processo di questo tipo: l’ente nazionale di accreditamento autorizza, controlla, valuta e fa migliorare l’organismo di certificazione; questi,

con l’audit, realizza una fotografia dello stato delle cose che serve, unitamente ad altri elementi, all’autorità di pubblica sicurezza per le sue determinazioni; l’istituto, sulla scorta delle valutazioni e dei consigli dell’organismo, si rende conforme alle norme, migliorando se stesso e la sua offerta. Il tutto nel generale interesse della pubblica sicurezza. Ognuno al suo posto.

Bastiancontrario