Vigilanza privata e investigazioni: la riforma creerà solo disoccupazione

disoccupato

Gentilissimo Direttore
leggo spesso il suo portale sulla vigilanza trovandolo molto interessante per la varietà delle notizie, l’imparzialità dimostrata in più occasioni e la completezza dell’informazione. In merito a quest’ultimo punto vorrei sottoporle alcune mie considerazioni sui decreti attuativi di riforma della vigilanza privata.
Ad una prima lettura, pare di capire che, una volta entrati in vigore questi decreti, almeno il 40% degli Istituti di Vigilanza privata ed il 60% di quelli di Investigazione siano destinati a chiudere, con conseguente licenziamento di migliaia di addetti, che si ritroverebbero in mezzo alla strada dalla sera alla mattina.

Vorrei segnalare in primo luogo che i titoli di studio richiesti sembrano equiparare vigilanza ed investigazione a delle professioni – ma con tariffe applicate da semplice “mestiere” (non dimentichiamo che le tariffe orarie nazionali sono sui 19,5-20,5 euro/ora per la vigilanza e scendono notevolmente in caso di network e subappalti) – che rendono quasi impossibile un aggiornamento da parte dei titolari.
E’ impensabile conseguire un master universitario come quello richiesto – che si tiene, a quanto pare, esclusivamente all’Università di Campobasso – in soli 18 mesi, oppure una laurea come quella richiesta agli investigatori in soli 36 mesi! Tra l’altro con crediti formativi richiesti e gradi di istruzione da avvocati patrocinanti in cassazione! Ma chi – come noi – opera a Trento come può pensare di abbandonare l’azienda per conseguire tali titoli?

Appare inverosimile anche la cauzione richiesta che, anche in caso di fideiussione bancaria, costituirebbe un immobilizzo di credito da parte delle banche che inciderebbe in maniera rilevante sui bilanci aziendali delle aziende medio-piccole. Tra l’altro anche la richiesta di un capitale sociale specifico sotto diretto controllo del Ministero sembra fuori luogo, eludendo di fatto la libera scelta imprenditoriale di gestione del lavoro (ma.. nel caso qualcuno non paghi delle fatture per lavori svolti, come spesso accade? Gli estensori dei decreti sanno che il capitale sociale serve proprio per casi come questi, che aumentano sempre in un periodo di crisi economica?)

Ci sono talmente tanti punti che appaiono critici per il sistema imprenditoriale italiano e che costringeranno centinaia di aziende a chiudere, lasciando a casa i lavoratori. In un periodo come questo? Ma come è possibile secondo lei? Le faccio un esempio concreto: noi siamo proprietari di un piccolo istituto di vigilanza con circa 30 dipendenti ed un istituto investigativo con altri 15 addetti (che probabilmente saremo costretti a chiudere). Cosa diremo ai dipendenti? Chiudiamo perché lo stato ci vuole chiudere? La nostra storia aziendale non ha mai visto un insoluto o uno stipendio pagato in ritardo, nonostante una sempre più ridotta concessione delle linee di credito da parte delle banche. Noi che dal 2008 ad oggi abbiamo creato almeno 40 posti di lavoro assumendo anche persone disoccupate …a noi piccoli imprenditori non pensa nessuno?
Scusi lo sfogo, ma la situazione appare tragica e si parla non solo di noi, ma anche dei nostri dipendenti e delle loro famiglie.

La ringrazio se vorrà pubblicare la presente, comunicandola anche al Presidente Napolitano, che quotidianamente incita al superamento della crisi per creare occupazione, ed allo stesso Sig. Ministro dell’Interno, per capire quale sarà la loro risposta ai licenziamenti che presto ci saranno. E non solo nel settore specifico, ma in tutta la filiera produttiva, che in Italia vanta aziende di prim’ordine.

Alberto Manin


Caro amico

innanzitutto la ringrazio per la sua accorata lettera.
Capisco che chi ha sempre lavorato sodo, creando occupazione, assumendosi un rischio d’impresa che si fa sempre più pesante, si senta tradito da questa riforma e abbandonato dalle istituzioni.
Concordo anche che certe pretese formative siano esasperate a fronte di tariffe tuttora “da mestiere”. Capisco anche che la riforma possa essere interpretata come una sorta di mannaia che trancerà di netto le piccole realtà imprenditoriali per lasciar spazio solo ad un’élite operativa composta dai big, che hanno spalle larghe e circuiti privilegiati anche nell’interlocuzione con le banche e l’accesso al credito.
Non a caso è da tempo in atto un furioso processo di fusioni e acquisizioni, dove i piccoli vendono, i grandi comprano, i medi cercano di irrobustirsi. Qualcuno resterà fuori. Ma mi auguro di cuore che resteranno fuori gli imprenditori spregiudicati e senza scrupoli, i banditi che hanno imperversato sul mercato facendosi beffe delle tariffe, della sicurezza delle guardie giurate, della contribuzione, dei diritti e delle assicurazioni.
Mi auguro di cuore che non sia la piccola e media impresa (che di norma è sana) a pagarne le spese.
Escludo che lo scopo di questa riforma sia di spazzare via quell’operoso tessuto imprenditoriale che è la linfa vitale del nostro sistema economico. Credo però che si stia chiedendo alla piccola e media impresa uno sforzo importante, che peraltro nasce da un preciso diktat europeo.

Nell’immediato, le suggerisco di cercare un dialogo con le istituzioni che le sono più vicine per valutare bene la vostra situazione e trovare una via d’uscita. Che sono certa esistere. 

Ci tenga aggiornati,
Ilaria Garaffoni