Il Report Federsicurezza 2019, che analizza trend di mercato e sentiment degli operatori della sicurezza e vigilanza privata, si incardina quest’anno in una situazione particolarmente delicata. Si rileva una polarizzazione sempre più marcata tra le poche realtà molto dimensionate che detengono un’elevata quota di mercato e molte micro realtà che stentano a tirare avanti. Situazione destinata ad acutizzarsi a breve, quando verrà finalizzata la vendita di IVRI.

E tuttavia anche chi vanta importanti quote di mercato marginalizza poco, strangolato da costi di esercizio rappresentati in massima parte da un costo uomo per sua natura incomprimibile. Ovviamente se ci si muove nel perimetro delle regole. E spesso non è così.

Che la scacchiera competitiva sia geneticamente viziata da irregolarità si evince – per citarne uno solo – da un dato inequivocabile: a 4 anni dalla scadenza per l’adeguamento che, lo ricordiamo, risale al 2015, ancora un buon 20% di imprese non ha provveduto agli adempimenti imposti dalla certificazione obbligatoria. Risultato: ciò che era nato come un processo di riqualificazione, professionalizzazione e rivitalizzazione del settore, si è a lungo tradotto in uno scenario dove la concorrenza sleale ha regnato indisturbata. Ma non solo per questo.

Venivano e vengono tuttora vinti appalti, anche pubblici – il che è più che mai inquietante – per servizi aggiudicati a prezzi inferiori ai minimi tabellari sul costo del lavoro espressi dai Ministeri competenti. Nonostante le innumerevoli censure anche dell’ANAC, l’utenza – anche pubblica – mira a spendere sempre meno e a volere sempre di più, l’istituzione chiede sempre più adempimenti e ha sempre meno risorse per sanzionare chi esce perimetro della legalità. E i prezzi scendono in picchiata, anche per l’uso indiscriminato del portierato anche su servizi esclusivi della vigilanza armata.

Il report Federsicurezza non è che lo specchio di queste contraddizioni.

I numeri del settore
L’offerta di settore è costituita da 1339 imprese, per il 18,6% medie e grandi. Le micro imprese rappresentano poco più della metà delle imprese totali, anche se nel Meridione le imprese di piccole dimensioni sono molto superiori, a testimoniare un comparto che si muove a due velocità.

Un’Italia a due velocità
Il fatturato complessivo, di 3,5 miliardi di euro, è dominato dalle medie e grandi imprese, che insieme generano l’83% della ricchezza.
Il Sud vive però una situazione particolare: se il 47,5% delle imprese della vigilanza italiana risiedono infatti proprio in Meridione, il loro fatturato è però pari solo al 22,6% di quello nazionale.

Alte spese, poco margine
E parliamo di margini: su un volume d’affari di 3 miliardi e 475 milioni di euro, i costi di produzione ammontano a 3 miliardi e 381 milioni, per cui il settore conta su un margine operativo lordo di 93 milioni di euro: solo il 2,7% rispetto al fatturato complessivo. Nel Sud è pure peggio: il fatturato complessivo in Meridione è pari a 786 milioni di euro, per 777 milioni di costo. Il margine operativo lordo scende quindi ad un pressoché tragico +1,2% (9 milioni).

Chi vince e chi perde
A livello nazionale il 17% di imprese lavora in perdita, mentre le imprese più virtuose (con margine operatio lordo superiore al 4%) rappresentano oltre un terzo del totale (36,4%). Decisamente più grave la situazione al Sud, dove ben il 21,4% delle imprese del Sud è in forte difficoltà. La concorrenza di chi fa dumping sui prezzi si sente del resto maggiormente sulla fascia bassa della domanda, che rappresenta il core target degli istituti di vigilanza più piccoli (la maggioranza in Meridione).

Ma la domanda c’è
Il 33,7% delle imprese del territorio meridionale – clienti attivi e potenziali per il nostro comparto – ritiene che il bisogno di sicurezza sia aumentato rispetto agli ultimi due anni. E quasi la metà di chi si è affidato a uno o più fornitori di sicurezza è rimasto soddisfatto del servizio: l’indice medio di soddisfazione del comparto sicurezza è molto più alto di altri settori industriali, rileva l’indagine.

Sicurezza cyber nel portafoglio dell’oferta
Nel Sud molti utenti ritengono poi interessante poter affidare anche i servizi di sicurezza informatica alla stessa società che cura la sicurezza fisica. La domanda quindi c’è anche al Sud e non è legata allo stereotipo del maggior rischio criminalità (vero o percepito) in certe aree del paese.
Quello che però manca sono le infrastrutture, soprattutto in aree orograficamente complesse o disagiate dal punto di vista viario (ad esempio Sardegna e la Sicilia), che generano difficoltà logistiche, quindi costi e tempi superiori per muoversi nel territorio.

Quindi qual è il problema?
Il primo è la volontà istituzionale di integrare la sicurezza privata nelle altre componenti di sicurezza di emanazione statuale. Il che, sia chiaro, sarebbe ottimo, se questa volontà non stridesse però con il limite (tuttora tanto inamovibile quanto ipocrita) della tutela del bene materiale e non della persona: “se la gpg deve collaborare con le forze dell’ordine, perché non può fare lo stesso uso dell’arma? Se oggi una guardia difende altri – o se stessa –  passa solo dei guai” – rileva Luigi Gabriele, Presidente di Federsicurezza.

Un’altra contraddizione riguarda i costi della sicurezza: “se i primi a non rispettare i minimi tabellari sul costo dei servizi di sicurezza privata sono i committenti pubblici, quale incentivo dovrebbero avere le imprese a qualificare i servizi? – si chiede, e ci chiede, l’Avvocato Gabriele.

La proposta di Federsicurezza è che lo Stato in cui si integra la sicurezza privata si faccia promotore della cultura della sicurezza, applicando magari l’IVA agevolata ai servizi di vigilanza privata e attivando percorsi formativi delle guardie giurate in sinergia con quelli dei carabinieri o della polizia di stato.
Ed ancora ampliando gli spazi di mercato, in modo che le imprese del settore possano recuperare marginalità con l’apertura alla difesa della persona fisica o ai compound militari.

Qualcosa si sta muovendo, qualcosa si è invero già mosso.
Vedremo se il percorso imboccato con l’Amministrazione dell’Interno troverà riscontri concreti e soprattutto utili a cambiare i numeri del settore.
Perché se il margine operativo lordo medio delle imprese fosse meno risicato, forse almeno il tessuto imprenditoriale sano del settore potrebbe cominciare a parlare di aumenti salariali. Un tema che nell’estenuante negoziato per il rinnovo del CCNL di categoria non è ancora stato mai toccato.

 

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