Operatori di sicurezza privata a sostegno delle forze dell’ordine nella gestione dei centri di accoglienza migranti. Questo il provocatorio tema che Federsicurezza ha portato all’attenzione dell’amministrazione dell’Interno lo scorso 15 novembre e che ha coinvolto più professionalità: dalla vigilanza privata ai servizi fiduciari, dalle investigazioni private agli addetti ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e spettacolo. Ciascuno per le proprie competenze.

Si tratta di un tema d’esordio in Italia, ma che all’estero è una tendenza consolidata: nel Regno Unito la maggior parte dei centri di detenzione è gestita da multinazionali della sicurezza e diversi altri paesi UE hanno optato per soluzioni ibride, con gestione in capo al Ministero dell’Interno e delega ai privati di diverse tipologie di servizi – sorveglianza spesso inclusa.

L’esperienza europea mostra però luci ed ombre, puntellate da scandali e gravissime carenze qualitative, oltre ad episodi di efferata violenza ai danni dei migranti e richiedenti asilo.
Fari puntati dunque sulle società di sicurezza privata da coinvolgere, sulle professionalità da richiedere agli operatori, sulla trasparenza delle attività da mettere in campo e sulla qualità dei servizi da rendere. Una qualità che naturalmente impone, per converso, un divieto di subappalto a realtà non verificate e l’obbligo di emanare gare non basate sulla sola logica del minimo ribasso.

Riflessioni ed esperienze che sono state raccolte in un vademecum tedesco, ripreso poi in dettagliata disamina da un documento siglato pariteticamente da CoESS e UNI Europa, a testimonianza di una piena convergenza di interessi tra rappresentanze datoriali e rappresentanze sindacali sul piano europeo. Una formazione avanzata e specializzata, ad esempio, interessa in egual misura operatori e datori di lavoro, portando con sé importanti ricadute in termini di sicurezza degli ospiti dei centri e degli stessi vigilanti.

Sul fronte formativo, “occorre una preparazione fisica degli operatori privati – ha detto Franco Cecconi, Presidente di AISS – ma anche un rafforzamento della capacità di gestire l’analisi dei rischi, in particolare quelli legati alla cd. società del rischio, oltre allo sviluppo di tecniche di comunicazione e linguistiche efficaci e allo studio di scienze evolute, come la vittimologia”.

Certamente occorre anche una coraggiosa azione normativa, ha ricordato Agatino Napoleone, Presidente di Federpol: “il Capo della Polizia Franco Gabrielli ha di recente espresso maggiore apertura al passaggio da una posizione strettamente ancillare ad un ruolo del privato effettivamente sussidiario rispetto alla funzione pubblica, purché ovviamente si intensifichino i controlli e venga garantita una qualificazione sempre più ampia”.

Il momento per fare richieste al decisore pare peraltro propizio, visto che sono in corso degli aggiustamenti normativi (dalla riforma del diritto amministrativo a quello di polizia) che di necessità coinvolgeranno il comparto privato.

Ma per farsi ascoltare occorre mostrarsi compatti, senza farsi sgambetti interni e senza chiamare in causa la norma per prendere scorciatoie da furbetti del quartierino – ha concluso Luigi Gabriele, Presidente di Federsicurezza. “Dobbiamo farci apprezzare prima di farci prezzare. E dobbiamo pensare in logica di filiera. Il progetto migranti è estremamente ambizioso e si somma a quello della regolamentazione della guardia del corpo, della sicurezza della persona e dell’uso di armi a scopo non soltanto difensivo. La coagulazione di obiettivi e interessi di Federsicurezza, AISS e Federpol in una nuova Confederazione porterà il pacchetto nazionale degli operatori di sicurezza a 250.000 uomini”.
Una realtà da ascoltare senza più se e ma.

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