Vigilanza privata e trasporto valori: per Sicurtransport serve un piano Marshall

23 Apr 2020

di Ilaria Garaffoni

Il Coronavirus ha segnato uno spartiacque tra il prima e dopo il 20 febbraio 2020. Da lì è storia, una storia che scriviamo giorno dopo giorno e di cui non sappiamo il finale.
Posto che ormai è chiaro che il mondo come lo conoscevamo prima non esisterà più e che toccherà a noi ricostruirlo, con coraggio e pazienza, abbiamo chiesto agli imprenditori della vigilanza privata come stanno affrontando l’emergenza e come immaginano l’era post-Covid. Di seguito l’intervista a Luciano Basile, CEO di Sicurtransport, primo gruppo del Meridione nel settore trasporto valori e vigilanza privata.

Che impatto sta avendo il Covid-19 nel volume d’affari del comparto?

Sicurtransport è il maggior gruppo del Meridione che si occupa di trasporto valori e vigilanza privata, con soluzioni pensate anche per il mercato residenziale e per la sicurezza informatica.
Sebbene il trasporto valori rientri nei servizi ritenuti essenziali dal Governo (si pensi solo all’approvvigionamento di denaro alle Poste per la consegna delle pensioni, curato dai furgoni portavalori), la contrazione di tutte le attività economiche e commerciali, del settore bancario e la chiusura di molti sportelli postali hanno ridotto il giro d’affari del 50%, con conseguenze a cascata sulle attività di custodia e contazione del denaro.
Lato vigilanza privata, si stima un calo intorno al 20% considerato la contrazione delle attività di security in ambito aeroportuale, conseguenza del crollo verticale dei voli interni e verso l’estero.
Il resto del mercato per il nostro settore può dirsi per ora in tenuta: soprattutto le committenze della grande distribuzione organizzata utilizzano le guardie giurate per gestire i flussi di clientela e rilevare con termoscanner eventuali stati febbrili incompatibili con l’accesso.

Come state affrontando l’emergenza sanitaria?

Sin dai primi giorni dell’emergenza abbiamo lavorato per tutelare la salute dei nostri dipendenti. Abbiamo acquistato i DPI per tempo, nonostante il costo molto alto e le difficoltà di reperimento: tutti i dipendenti del gruppo sono dotati dei DPI (mascherine, guanti, gel igienizzante), effettuiamo la sanificazione dei mezzi e dei locali, il distanziamento negli uffici, le limitazioni all’uso dei luoghi comuni e abbiamo incentivato lo smart working. Abbiamo anche sottoscritto una polizza assicurativa relativa proprio al Covid-19 per tutti i dipendenti, offrendola gratuitamente.

Come giudicate gli interventi del Governo a favore delle imprese e come immaginate il post-Covid?

Lato lavoro, purtroppo anche noi siamo dovuti ricorrere alla cassa integrazione in deroga, anche se ad oggi con pochi risultati, visto che la burocrazia non cessa di essere carnivora neppure in piena pandemia e la delega alle Regioni degli accordi sindacali sta rallentando non poco i processi.
Lato impresa, per immaginare un’era post-Covid sarebbe necessaria almeno una moratoria complessiva dell’imposizione sulle aziende: in imprese labour intensive come le nostre, è essenziale un credito d’imposta relativo alle perdite. La semplice sospensione delle imposte porterà le imprese a contrarre dei debiti, che verranno però pagati con altri debiti, previsti come “soluzione” dal decreto Liquidità. E’ evidente che non si tratta di una soluzione: per le imprese significa infilare la testa nel cappio.
All’Italia serve un vero Piano Marshall. E serve smontare pezzo per pezzo la burocrazia, che rischia di strangolare anche ciò che di buono è stato pensato.

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