Tecnologia e disarmato (purchè qualificato): la vigilanza privata secondo KSM

Come si muove il mercato della vigilanza privata tra Covid, conflitto in Ucraina e rincari alle stelle? Quale futuro si immagina per la sicurezza privata in un’Italia che si dibatte tra difficoltà squisitamente nazionali e problemi macro di complessa definizione, oltre che gestione? Ne abbiamo parlato con l’Avv. Rosario Basile, azionista di riferimento del Gruppo KSM. Con 3.500 dipendenti presenti nel territorio nazionale, 10 centrali operative, 14 caveaux, 1.300 veicoli e la gestione della security in porti, aeroporti ed eventi sensibili come il G7 e l’Expo 2015, il Gruppo KSM si compone di un nucleo di aziende che operano con specifiche competenze per la gestione a 360° di servizi per la sicurezza preventiva.

Come avete chiuso il 2021 e come procede questo 2022 di rincari, inflazione e incertezze?

Dopo un 2020 in cui abbiamo subito l’impatto della pandemia, con sofferenze soprattutto nel segmento del trasporto valori, il 2021 si è chiuso con un fatturato di circa 150 milioni e una crescita, rispetto al 2020, del 10%. Per questo 2022 ci sentiamo moderatamente ottimisti, nonostante la congiuntura indubbiamente sfavorevole, anche se non immaginiamo ampi margini. Questo perché operiamo in un mercato di per sé asfittico ed inquinato da realtà senza scrupoli, che praticano indisturbate un sottocosto giustificabile solo uscendo dal perimetro della legalità e con Istituzioni che non vigilano come dovrebbero. Imprese che spuntano come funghi e poi falliscono, con ovvie ricadute sulla collettività, turbando un mercato che necessita di profondo rinnovamento.

Che tipo di rinnovamento immagina?

Per capire chi siamo e dove vogliamo andare è essenziale avere ben chiara una premessa: la sicurezza privata si occupa di tutto ciò che avviene prima della consumazione di un fatto delittuoso, in una parola si occupa di prevenzione. E’ la consumazione del reato, e quindi l’attivazione del potere repressivo di esclusiva pertinenza dello Stato, a delimitare il confine tra sicurezza pubblica e privata. Dati questi presupposti, e considerato l’attuale status di incaricato di pubblico servizio che configura le nostre guardie giurate, ritengo resti ampio spazio di condivisione con le attività peculiari dello Stato. Penso solo all’immenso patrimonio informativo di cui dispongono i nostri operatori, i famosi “mille occhi sulle città” che soprattutto di notte superano di gran lunga le forze dell’ordine: senza adeguato coordinamento, le nostre informazioni vengono disperse.
Sarebbe utile – anche per tributare la giusta dignità al lavoro dei nostri uomini, spesso considerati figli di una divisa minore – creare una sorta di “camera di compensazione” dove trasmettere le informazioni che quotidianamente raccogliamo. Le immagini delle nostre telecamere sono già a disposizione delle FFOO, ma si può fare di più.

Cosa si potrebbe fare, ad esempio?

Credo sarebbe utile essere presenti in maniera sistematica e a cadenze temporali definite ai principali tavoli dove le figure apicali in materia di sicurezza pubblica si scambiano informazioni di rilievo: sono state messe in campo diverse iniziative in tal senso, ma quasi tutte sono state abbandonate o non perseguite in maniera metodica.

All’estero si riscontra una netta prevalenza di servizi disarmati: è lo stesso futuro che immagina per il mercato italiano?

Definiamo i servizi disarmati: per come la intendo io, l’operatore di sicurezza non armato dovrebbe possedere competenze ben superiori a quelle del comune portiere. Attualmente invece, è inutile negare un’evidenza di mercato, la figura del portiere viene utilizzata esclusivamente come espediente per ottenere un abbattimento dei costi. Ma un portiere non può fare sicurezza.
Se invece dotiamo un operatore disarmato di formazione, esperienze ed alta tecnologia, allora possiamo fornire veri servizi di sicurezza. In questo senso, e con questi distinguo, vedo anch’io una crescita del personale non armato, purché – ribadisco – sia qualificato.

Ha parlato di alta tecnologia. Quali investimenti avete fatto in questa direzione per aggiungere valore ai servizi?

Per aggiungere valore è essenziale offrire un approccio integrato uomo-tecnologia, con la tecnologia volta a semplificare ed affinare il lavoro della componente umana per migliorare l’acquisizione e l’analisi dei dati, i processi di verifica e di gestione degli incidenti, l’efficacia degli stessi. Abbiamo implementato sensoristica, robot, infrastrutture di data analysis e algoritmi per la prediction, sistemi a realtà aumentata, computer vision applicata al riconoscimento facciale, sistemi di digital twin. Sono servizi gestiti da due società del Gruppo che operano quali system integrator.

Ancora in tema di tecnologie: questa guerra presenta una forte connotazione cyber. Il moltiplicarsi di minacce di collettivi di hacking russi ai nostri siti governativi (e non solo) sta aumentando la sensibilità delle imprese italiane al tema della sicurezza cyber. Che risposta può offrire la sicurezza privata?

I ricatti informatici e le violazioni cyber sono all’ordine del giorno da ben prima della guerra e possono costare molto cari alle imprese, anche in termini strettamente reputazionali, oltre che di business continuity e di sanzioni per violazioni del GDPR e data breach. Per la cyber security, il Gruppo vanta partnership con la britannica Darktrace e con l’israeliana Lotan HLS & Defense, specializzata in antiterrorismo, cyber security, business continuity e nella progettazione di sistemi di sicurezza per governi, organizzazioni internazionali e statali e società commerciali. Queste partnership ci consentono di sviluppare progetti integrati di sicurezza fisica e logica, oltre che di servizi di sicurezza e tecnologie di supporto.

Al XII Congresso Regionale di UILTuCS Sicilia ha parlato della necessità di riprendere delle interlocuzioni efficaci con le istituzioni per operare quelle riforme atte a costruire la ricchezza necessaria, tra l’altro, per rinnovare il CCNL. Cosa si aspetta dal mondo associativo?

Per fare davvero prevenzione bisogna saper progettare la sicurezza: solo così si può aggiungere il valore necessario a creare quella ricchezza che è presupposto fondamentale per un rinnovo dignitoso del CCNL. Su questo occorre sensibilizzare il mercato, ma anche le istituzioni, con un progetto di cultura della sicurezza ad ampio spettro. In Israele, “patria” della sicurezza per ovvie ragioni storiche e geopolitiche, la sicurezza è formazione a tutti i livelli: dalla scuola al lavoro, si insegna a tutti a reagire all’emergenza. Credo sarebbe utile un approccio analogo anche in Italia: al di là della pandemia e della guerra, il nostro mondo è radicalmente cambiato rispetto soltanto a 10 anni fa. Bisogna costruire o ricostruire una concezione di sicurezza anche sul piano sociale, partendo ovviamente dal nostro mondo, ove è essenziale alleggerire la burocrazia e ottenere riforme legislative per adattare l’industria di settore alle nuove esigenze di mercato, oltre a coinvolgere maggiormente il settore privato e ad intensificare i controlli. Questi, credo, dovrebbero essere i primi passi da fare sul piano associativo.