Vigilanza privata e far west del sottocosto: Security Key rimpiange le tariffe di legalità

05 Mar 2021

di Ilaria Garaffoni

Tariffe piratesche che impongono un sottocosto inaccettabile, gare al massimo ribasso inferiori al costo del lavoro, subappalti di subappalti e commesse acquisite in perdita solo per fare quote di mercato. Una situazione che fa rimpiangere le tariffe di legalità. Questa la denuncia di Vincenzo Morelli, titolare di Security Key, realtà attiva nella Vigilanza Privata e nei Servizi Fiduciari, e delegato UNIV per la Lombardia. Non meno netta la posizione di Morelli sull’innesto dei servizi fiduciari nel CCNL della vigilanza privata e sulla qualifica delle guardie giurate quali pubblici ufficiali. Sentiamo le sue parole.
Quali sono le principali difficoltà del comparto, in generale e nella presente emergenza socio-sanitaria?

La vigilanza privata si può definire un ossimoro permanente, vittima purtroppo di una sorta di “dualismo” alimentato dalle lacune e da certi anacronismi di una legislazione che era funzionale nello scorso secolo, ma non più adesso: siamo infatti impresa “pubblica” quando dobbiamo sottostare a controlli, lacci, lacciuoli e limitazioni di vario tipo, ma torniamo ad essere impresa privata (anzi, privatissima!) quando si tratta di subire tariffe al ribasso, concorrenza in un mercato “libero” solo per chi dispone di grandissimi mezzi e, come avvenuto in pandemia, assenza completa di aiuti. Il risultato è evidente: chi decide di restare nel perimetro della legalità, e purtroppo non sempre è scontato né possibile, opera spesso ai margini della sopravvivenza aziendale aggravata da un clima da “far west”. Non solo per colpa del Covid, sia beninteso: le problematiche sono assai più estese e di lungo corso.

Tariffe al ribasso, far west liberista: sembra forse suggerire un ritorno delle tariffe di legalità pre-2008?

E’ molto semplice: o si liberalizza tutto alla luce del sole, e allora però deve essere libera anche la fissazione del costo del dipendente – cosa ovviamente non accettabile né proponibile in un settore di valore sociale come il nostro, che tutela beni primari come la sicurezza di patrimoni e persone; oppure le imprese devono essere messe nella condizione di affrontare i costi a loro carico disponendo di un minimo di marginalità. Non ci sono vie di mezzo: ormai le tariffe riflettono condizioni a dir poco piratesche, che impongono di operare a un livello di sottocosto inaccettabile, sulla base di gare al massimo ribasso inferiori al costo del fattore lavorativo umano (in teoria non comprimibile), con subappalti di subappalti che frammentano la filiera, e commesse acquisite in perdita pur di salvaguardare o accrescere delle quote di mercato. Come si può fare sicurezza sullo sfondo di uno scenario del genere? Che qualità si può garantire? Ripristinare le tariffe di congruità potrebbe garantire alla committenza e alla cittadinanza quel livello di dignità cui il nostro Paese ha diritto, e che i circa 60.000 Addetti ai Servizi fiduciari e di Vigilanza meritano.

In un quadro simile, è possibile o plausibile parlare di rinnovi contrattuali?

Stiamo parlando di un CCNL scaduto nel 2015, che ha visto l’innesto dei servizi fiduciari al suo interno con salari compressi ai limiti dei minimi costituzionali. In tale contesto, parlare in maniera generica, o a titolo di proclama politico, di aumentare i livelli contrattuali può rivelarsi un boomerang se la committenza non viene nello stesso tempo sensibilizzata e resa partecipe del progetto di sicurezza complessivo, e se non viene posto un argine alle offerte al massimo ribasso propugnate con il consueto pretesto delle economie di scala. Possiamo senza dubbio valutare sia il rinnovo del CCNL, sia l’esclusione dei servizi fiduciari dallo stesso, ma prima di ogni altra cosa occorre che le imprese siano messe in grado di lavorare in modo corretto e sicuro, per se stesse e per i beneficiari finali dei servizi da esse erogati, e con la giusta marginalità, poi in caso di scorrettezze che vengano pure sanzionate. A tutela dei lavoratori, dei beni oggetto di vigilanza e della collettività tutta, oltre che dell’impresa stessa.

Si sente spesso parlare, soprattutto a beneficio del lavoro svolto dalle guardie giurate, di ottenere la qualifica o parificazione allo status di pubblico ufficiale: qual è il suo pensiero?

Partiamo da un assunto: nel nostro paese i settori della Pubblica Sicurezza, affidata a Polizia di Stato, Carabinieri e Polizia municipale, per assurde politiche “di revisione della spesa”, che da molti anni a questa parte si stanno traducendo solo in tagli ai finanziamenti e alle dotazioni organizzative, soffrono di una carenza atavica e permanente di agenti. Attribuendo la qualifica di pubblico ufficiale alle guardie giurate otterremmo il risultato di poter affiancare, con i nostri uomini, il lavoro degli appartenenti alle Forze dell’Ordine in tutte le attività di presidio e monitoraggio territoriale in applicazione di un virtuoso partenariato pubblico/privato favorevole a tutti: il paese beneficerebbe di una maggiore sicurezza, lo Stato inteso come pubblica Istituzione risparmierebbe, poiché la guardia giurata costa meno di un agente e non rappresenta una fonte di costo fisso; la vigilanza privata lavorerebbe con alta motivazionalità e la certezza di ottenere una formazione e un equipaggiamento adeguati ai rischi.
Inoltre questa qualifica potrebbe delineare una distinzione più netta, e meno soggetta a equivoci veri o pretestuosi, tra la vigilanza privata vera e propria e i servizi fiduciari – sia beninteso: questi ultimi sono servizi assolutamente dignitosi e importanti, ma bisognosi di ricevere un autonomo inquadramento.

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