AGCML’Antitrust ha avviato un’istruttoria su Coopservice, Allsystem, IVRI e le sue controllanti SKIBS e Biks Group, Italpol Vigilanza e la controllante MC Holding, Sicuritalia e la controllante Lomafin SGH, per accertare se le modalità di partecipazione ad alcune gare di rilievo nazionale (in particolare il raggruppamento temporaneo di imprese leader) non fossero in realtà volte ad evitare un corretto confronto competitivo tra le imprese.

Nel sito AGCM si legge infatti che “quando le imprese, invece di competere tra loro, si accordano al fine di coordinare i propri comportamenti sul mercato, violano la normativa sulla concorrenza. La cooperazione tra imprese può avere per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza. Ciò accade, ad esempio, quando (…omissis…) più imprese si spartiscono i mercati oppure quando più imprese, che rappresentano una consistente parte del mercato, sottoscrivono una pluralità di accordi distributivi in esclusiva, tali da pregiudicare la capacità di accesso al mercato dei propri concorrenti attuali o potenziali. Un’intesa tra imprese è vietata quando comporta, anche solo potenzialmente, una consistente restrizione della concorrenza all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante (art. 2 legge n. 287/90)”.

Il fatto
L’Autorità Antitrust ha precisato che le imprese imprese coinvolte avrebbero adottato, ai fini della partecipazione alle gare pubbliche oggetto dell’istruttoria (tutte commesse di grande valore e impegno), delle modalità tali da evitare il confronto competitivo attraverso un uso ingiustificato della formula dell’RTI, perché ciascuna delle imprese disponeva già singolarmente dei requisiti di fatturato necessari alla candidatura.

Il commento
Fermo restando, com’è ovvio, che la valutazione sull’effettiva violazione della legge Antitrust resta in capo alle sedi competenti, ciò che pare emergere a prima vista è una scarsa dimestichezza rispetto alla realtà strutturale delle Imprese del comparto Vigilanza Privata, e ancor di più rispetto alle problematiche connesse alla gestione degli appalti su commesse a dorsale nazionale e pluriregionale” – dichiara Luigi Gabriele, Presidente di UNIV, ai microfoni di vigilanzaprivataonline.com.

Per accedere alle gare più importanti è infatti essenziale poter mettere in campo forze qualificate, armate e non, in misura talmente consistente da garantire continuità di servizio rispetto alla stazione appaltante della gara in oggetto, ma anche rispetto agli altri servizi già in opera presso committenze diverse. Nel nostro comparto, fortemente polarizzato, una RTI composta da piccoli istituti richiederebbe uno sforzo consortile sterminato per rispondere alle imponenti richieste di committenti del calibro di EXPO, tanto per fare un esempio citato dall’Antitrust” – continua Gabriele.

Sta dicendo che le PMI non avrebbero potuto comunque partecipare alla gara, nemmeno consorziandosi tra loro?

Sostanzialmente è così. Sia beninteso: la creazione di RTI è pratica assolutamente lecita e molto comune nel settore. L’intesa diventa censurabile solo se comporta, anche solo potenzialmente, una consistente restrizione della concorrenza all’interno del mercato nazionale. Qua però parliamo di appalti milionari, con committenti che esigono di interagire con un unico interlocutore a livello nazionale e che richiedono un dispiego di forza lavoro enorme e per periodi in genere limitati. Oggettivamente, solo i big hanno le forze per fornire con continuità questo tipo di servizi, e solo raggruppandosi tra loro. A mio avviso, allo stato attuale, nessun player potrebbe farcela in autonomia. Mi auguro che gli accessi della Guardia di Finanza indotti da questa istruttoria consentiranno all’Authority di inquadrare più correttamente il settore”.

Un altro elemento che lascia perplessi è la modalità di intervento, basata su denunce pervenute da ANAC, Trenord, ASSIV, ANIVP e anche una in forma anonima. Un commento?

Tralasciando per motivi pacifici la denuncia anonima e per plausibile logicità quella di Trenord, rimaniamo sconcertati nell’apprendere che associazioni di categoria – che hanno tra i compiti statutari la difesa degli associati (tutti o solo alcuni?) – ricorrano alla denuncia di presunti comportamenti ‘difformi’ degli associati stessi. Difformi da cosa, poi? Forse il problema sta nella difficoltà per gli strumenti di rappresentanza ad educare i propri associati? Personalmente, sceglierei strade diverse”- conclude Gabriele.

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