Guardie giurate vs. pirati: ma le navi saranno davvero più sicure?

17 Gen 2012

di Ilaria Garaffoni

pirati

Sulla possibilità di inviare guardie giurate a contrasto dei pirati del mare, pubblichiamo questa lettera di Cristian Ricci, che fa riferimento alla legge 2 agosto 2011 n.130. La norma  autorizza l’uso di guardie giurate a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana e che transitano in acque internazionali dove sussiste rischio pirateria.

Gentilissimo Direttore di Vigilanza Privata Online.com,
mi permetto di inviarLe questa lettera aperta conoscendo il Suo interesse e la Sua professionalità nel settore della security. Lo scopo di questa mia è quello di fare giungere a Lei ed ai suoi lettori una breve riflessione sull’attuale situazione dell’attività di sicurezza antipirateria in Italia, alla luce delle recenti normative e di quanto ho potuto apprendere nella mia esperienze di docente di maritime security e di operatore che diverse volte ha seguito le navi italiane in quelle aree.

Le mie riflessioni partono da un principio fondamentale per la security e valutano la distanza che la normazione proposta mantiene con questo principio; non certo al fine di una semplice ed inconcludente critica, ma allo scopo di traguardare a quell’interesse che entrambi, e certamente anche i suoi lettori, con sforzo, cerchiamo di tutelare. E se per me ciò può essere anche un interesse lavorativo, credo che questo nulla infici se è teso alla migliore soddisfazione della problematica.

La premessa che pongo, con estrema brevità è questa: normare questa tipologia di materia richiede principalmente il dovere di decidere in base a ciò che è concretamente necessario per garantire la security, in base a ciò che è effettivamente necessario per diminuire il rischio.

Le ribadisco, come già ho avuto modo di fare in un articolo (clicca qui per leggerlo), che personalmente ritengo un errore imbarcare personale militare a bordo di queste navi civili, perché non credo che sia compito dei militari difendere beni privati, seppur su territorio nazionale come sono le navi, ma semmai il loro compito, inquadrato in una missione internazionale, dovrebbe continuare ad essere quello di difendere l’uso del mare – bene universale – con altri marine militari.
Un compito simile a quello che quotidianamente svolge la nostra marina a difesa del bene pubblico destinato alla navigazione, com’è il mare territoriale.
Mentre ritengo logico che la difesa del bene privato “nave mercantile”, rientri – non contemplando attività che richiedono la potestà pubblica (nel senso che non sono un mezzo con il quale si dovrebbero esercitare funzioni di polizia, seppur legittime) – unicamente nel diritto a difendere la proprietà privata e ad autodifendersi. Diritto che non può arrogarsi solo lo Stato e che credo si configuri come il primo gradino di quella che è definita sicurezza sussidiaria.

Nonostante quanto sopra, attualmente, almeno per due aspetti diversi ma fondamentali, a parer mio, non si sta procedendo verso una reale diminuzione del rischio perché:

a) il nostro Governo con l’impiego dei Nuclei Militari di Protezione non è in grado di garantire la sicurezza alle oltre 1000 navi che annualmente attraversano Suez (dato espresso durante l’audizione del Presidente Confitarma al Senato, 1 giugno 2011, ma numerosissime sono le navi italiane che operano nella Risk Area senza passare da Suez), sia per l’esiguo numero di team, sia per le modalità d’impiego che male si coniugano con le necessità nave (per es. spesso a bordo non c’è posto per 6 persone in più).

b) Le guardie giurate, oltre a diversi problemi tecnico-logistici che persistono per il loro utilizzo (clicca qui per leggerle), non sono in grado di garantire la professionalità necessaria – e questa non è certamente un’accusa e nemmeno un’offesa, ma una constatazione. Per motivi che Lei conosce forse meglio di me, in uno scenario da guerra (in base alla definizione delle armi che usano i pirati e che loro conoscono molto poco) e in un ambiente a loro estraneo, il loro impiego potrebbe essere controproducente. Anche il requisito richiesto dei 6 mesi di esperienza in missioni all’estero nell’ultimo decreto, in deroga alla formazione precedentemente prevista, sia per l’esiguità di coloro che potrebbero rientrarvi, sia per la generalità (nel senso che statisticamente parlando si avrebbero a bordo ex militari di fanteria) non è certamente – almeno per molti mesi – in grado di aumentare il gradiente della sicurezza della nave.

In tutti i casi siamo di fronte a gravi carenze che non garantiscono la sicurezza delle migliaia di operatori del mare che lavorano per il nostro paese e la nostra economia e, contestualmente, non si è in grado di offrire la dovuta serenità a loro e alle loro famiglie.

Forse, e in qualche maniera questi tentativi lo dimostrano, non si è capito quanto l’antipirateria debba essere una priorità per la nostra economia del mare, ma anche per la nostra sicurezza in un contesto di “guerra asimmetrica”.

Dettata principalmente dalla mia esperienza e quindi con tutta la perfettibilità del caso, ho proposto la presentazione di una legge (Disposizioni concernenti l’imbarco e l’utilizzazione di armi per lo svolgimento di servizi di vigilanza privata a protezione delle navi mercantili nazionali contro gli atti di pirateria – clicca qui per leggerla), la quale può – non per i miei meriti – essere più efficace al fine.

La ratio è quella di permettere agli armatori la scelta del miglior strumento per diminuire il loro rischio specifico, che come detto in questo contesto deve tenere conto degli aspetti operativi e di quelli – diciamo così – tecnico/logistici, nonché quella di garantire allo Stato che l’uso delle armi avvenga sempre in conformità alla legge, permettendo idonee verifiche sugli operatori (contractors).

La cosa che certamente dà maggior sconcerto è che tutti sappiamo quanto la qualità sia la chiave per la diminuzione dei rischi, qualità in termini di efficienza ed efficacia, ma anche in quest’occasione pare che le decisioni delle alte sfere tecniche – certamente non di tutte – siano ancora una volta propense a soluzioni che non facilitino l’uso degli strumenti adeguati, propendendo, almeno fino ad ora, verso soluzioni mediocri.

Cristian Ricci
I.M.I. Security Service, Centro di Formazione autorizzato

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