Vigilanza Privata: al Viminale vige la legge del silenzio

E, come sempre, il nostro Bastiancontrario fa parlare di sè. Luigi Gabriele, identificandosi nell’unico lettore del nostro anonimo autore, rilancia il tema del “non fare” dell’Amministrazione dell’Interno. Non prendere iniziative utili per la vigilanza privata, non ascoltare le richieste (anche di semplice attenzione) del settore, non valorizzare le cose buone, non cogliere le occasioni. Il tutto per una presa di posizione esiziale per il settore: non voler comunicare con gli stakeholders. La lista delle cose da non fare è liberamente aggiornabile, a danno della sicurezza privata, naturalmente.

Caro Bastiancontrario, come vedi continuo a leggerti.
Questa volta, pur avendo, credo, ben compreso le tue oggettivamente chiare argomentazioni, non entro nel merito tecnico delle stesse. Condivido però, e con maggior senso di “abbandono”, il pensiero guida delle stesse, vale a dire la professionale disamina, non acritica, del non fare della PA. Che dire, “nulla di nuovo sotto il sole”? Certo è che la deriva dell’incomunicabilità ha finito per assumere connotazioni di pericolo, atteso che il non fare della PA, ahimè, non si concretizza in un laissez faire di connotazione liberale, bensì in un banale non poter fare, a tutto detrimento del principio di libertà d’impresa e di difesa della libera iniziativa.

Poco tempo fa, un giovane e dinamico imprenditore, attivo con successo nel ramo dei servizi all’Impresa, mi chiedeva consigli e, magari, assistenza per portare a termine un suo recente progetto…Legittimo da parte mia chiedere delucidazioni, scontato (da parte mia), sentendomi dire “vorrei avviare una attività di Vigilanza privata”, reagire dicendo “no, ma che scherza, con tante belle attività da porre in essere, perché pensare a qualcosa che, oltre al fisiologico rischio di Impresa, può comportare il rischio, oggettivo, dell’avvio ad alienazione per … incomunicabilità con l’autorità tutoria…”

Non esagero, e dico che è quello che penso a valle di un percorso, troppo lungo per il tempo trascorso, partito dalla rarefazione colloquiale ed ormai giunto al “suono del silenzio”, ahimè non gradevole come quello di The sound of Silence, brano che, di nuovo ahimè, ha fatto da sfondo all’estate della mia Maturità classica, in un’altra epoca, in un altro mondo.
Ed aggiungo l’aggettivo interdittivo al sostantivo silenzio, perché non sapendo cosa e come cosa possa esser fatto, si determina, alla fine, il non poter fare, o no? Mi viene a questo punto in mente che interdittivo deriva da interdire, che, in versione sostantivo porta ad interdizione…Caro Bastiancontrario, interdizione fa rima con Amministrazione…Può essere una …soluzione?
Grazie sempre per saper suonare la sveglia, e, come sempre, alla prossima

L’affezionato unico lettore
Luigi Gabriele, Presidente di ConFederSicurezza