antonello villaChe tipo di Europa vogliamo? Ce lo siamo chiesti tutti in quest’ultima, accesissima tornata elettorale dove si sono fronteggiati euroscettici, rassegnati ed europeisti convinti. La domanda riguarda anche la vigilanza privata italiana, rappresentata in Europa dal CoESS per il tramite di Federsicurezza: chi produce servizi di sicurezza privata vuole un’Europa più presente, dirigista e rigorosa o vuole un’Europa più flessibile, defilata e attenta alle peculiarità di un paese come il nostro, che dei distinguo ha fatto la propria bandiera? Senza dubbio sappiamo contestare l’Europa quando incardina procedure d’infrazione a nostro danno o ci cala dall’alto delle modifiche normative, salvo però invocare la stessa Europa quando non ci piacciono alcune disposizioni nazionali. Del resto, “les Italiens..!” è un’espressione tristemente nota negli ambienti europei: rappresenta il nostro modo di fare lobby con richieste incoerenti, confuse e da ribaltare al momento più opportuno. E allora: cosa vogliamo da questa Europa? L’abbiamo chiesto ad Antonello Villa, Vice Presidente del CoESS.

Freschi di elezioni europee, vorremmo sapere di più sul ruolo dell’Italia in Europa. La vigilanza privata italiana è euroscettica, rassegnata o europeista convinta?

Domanda estremamente complicata. Lei saprebbe dire, senza distinguo e senza sfumature, chi ha vinto le elezioni in Europa? La risposta andrebbe declinata paese per paese e all’interno di ciascun paese l’analisi andrebbe spaccata in mille diverse angolazioni, prospettive e sottoinsiemi.
Tra l’altro l’organismo datoriale di rappresentanza del settore a livello europeo, il CoESS – Confederazione Europea Servizi di Sicurezza, è cosa ben diversa dall’apparato politico ed istituzionale dell’UE, benché sia l’unica organizzazione di settore riconosciuta dalla Commissione Europea. Basti sapere che il CoESS raggruppa 26 associazioni nazionali (Federsicurezza Confcommercio per l’Italia) in rappresentanza di 24 nazioni, di cui solo 19 stati membri. Parliamo di circa 60.000 aziende, 2,2 milioni di dipendenti ed un fatturato annuo di 34,2 miliardi.
In questo contesto l’Italia ha spesso rivestito ruoli chiave ed è stata particolarmente attiva in molte battaglie, alcune importanti e di successo. Ci troviamo a confrontarci con amministratori delegati delle major mondiali, con un peso specifico e una continuità strategico-politica molto rigorosa sul fronte associativo e istituzionale nazionali. Non sempre questo avviene in un’Italia dove la parcellizzazione del sistema imprenditoriale e di rappresentanza rende meno lineare perseguire delle politiche univoche e di sistema. Tornando quindi alla sua domanda, la vigilanza privata italiana è sia europeista sia scettica sia rassegnata, essendo il comparto vigilanza frammentato come l’intero sistema paese. Chi opera all’interno del CoESS crede però fermamente nel valore di una presenza italiana, non solo per fare pressione normativa sugli organismi europei, ma anche per stabilire dei criteri qualitativi che consentano a tutti di operare in condizioni di leale competitività e di sicurezza per l’utenza finale.

E quali sono i temi caldi sul piatto del CoESS in cui interviene anche l’Italia?

Sono molti, anche perché la sicurezza– sia pubblica che privata – è oggetto di un crescente interesse all’interno delle varie istituzioni europee. CoESS, a motivo del suo status di voce ufficiale dei servizi di sicurezza in Europa, viene interpellata su moltissimi dossier da una pluralità di direttorati, ma i temi in assoluto più caldi sono la normazione (standard) e gli appalti. Su quest’ultimo tema, particolarmente sensibile in Italia, il 28 marzo 2014 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea la direttiva 2014/24/UE sugli appalti pubblici. CoESS ha lavorato alacremente affinché le peculiarità del nostro settore venissero prese in considerazione, ed il testo approvato include infatti i servizi di sicurezza tra i “Particolari Regimi di Appalto” per i “Servizi sociali e altri servizi specifici” (art.74), per i quali è prevista – tra l’altro – l’adozione del criterio di offerta economicamente più vantaggiosa. E’ vero che tale previsione è obbligatoria solo oltre una determinata soglia di importo (€ 750.00), ma va anche detto che sono ampi gli spazi lasciati agli stati membri per estendere l’applicazione dei criteri MEAT (Most Economically Advantageous Tender) e per assicurare la qualità dei servizi in sede di recepimento della direttiva. A questo punto, pur assicurando CoESS il massimo supporto e formazione per chi dovrà seguire la fase di implementazione della direttiva a livello di singolo stato membro, la palla passa alle associazioni nazionali. Tanto per dare un orizzonte temporale, gli stati membri hanno tempo fino al 18 aprile 2016 per il recepimento.

A proposito di Direttive: la famosa Bolkestein, che tanto fece tremare in passato, è ancora in stallo o la vicenda si è conclusa con l’esclusione dei servizi di vigilanza privata dal range di applicazione delle direttiva servizi?

Tutti ormai sanno che la direttiva servizi esclude dal suo campo di applicazione i servizi privati di sicurezza su base temporanea, ma non sembra che allo stato dei fatti la Commissione intenda rivedere questa posizione. CoESS continua a rappresentare nelle opportune sedi la sua visione, ovvero che le attuali disparità legislative e di qualità dei servizi resi esistenti nei diversi stati membri non consentono una libera circolazione degli stessi senza un grave decadimento delle garanzie oggi assicurate negli stati che dispongono di un sufficiente livello normativo, tra i quali ovviamente l’Italia. Parallelamente, in un’ottica di medio-lungo termine, CoESS offre un proprio contributo per l’affermazione dei migliori standard qualitativi, promuovendo in collaborazione con il CEN (Comitato Europeo di Normazione) la pubblicazione di norme di settore.

Ha parlato di disparità qualitative tra i paesi membri: dal suo osservatorio privilegiato, quali lezioni potremmo imparare dai colleghi esteri della security? Non mi riferisco solo ai soliti big del mondo, ma anche alle imprese – o alle normative – dei paesi emergenti o freschi di immissione in UE? 

Mi limito ad una, già accennata: fare sistema, a cominciare dalla rappresentanza, ancora troppo frammentata.

E quali sono le lezioni che noi potremmo impartire? (ce ne sarà almeno una!)

In realtà penso siano molte. Nonostante le molte “magagne”, comprese quelle eclatanti venute alla luce nel 2013, il settore offre ancora una qualità medio-alta, se comparata con le situazioni presenti nelle altre nazioni, con diverse punte di eccellenza. Mi vengono in mente due fattori nei quali le aziende italiane eccellono: la capacità di fronteggiare una “qualità” della criminalità decisamente superiore alla media di quella europea e lo stretto rapporto con il territorio, pur dovuto in larga parte alle limitazioni provinciali da poco abolite.

 

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