“Lo spione di quartiere meglio delle ronde”

25 Nov 2009

di Ilaria Garaffoni

MILANO) E’, se vogliamo, l’evoluzione casalinga della ronda: non si fa in strada, si fa in poltrona. Al limite buttando il naso fuori dalla finestra, guardando dallo spioncino. E se c’è il tipo strano, l’automobile sconosciuta, il ragazzotto che schiamazza, si agisce. Si segnano i numeri di targa. Si chiama la polizia.
Al posto dei vigilantes, le superportinaie. Impiccione e delatrici. Il «controllo di vicinato» è tutto qui.
E piace alla Regione Lombardia.

Il suo assessore alla protezione civile, prevenzione e polizia locale, Stefano Maullu (Pdl), lo vuole importare dall’Inghilterra, dove è nato. «Ma con le ronde – dice subito – non c’entra proprio niente». Lui lavora perché da gennaio partano i primi progetti pilota – «a Baggio, quartiere di Milano, stanno già raccogliendo le firme, piace ai negozianti di corso Buenos Aires», ma si guarda anche ad altri quartieri come San Siro, Corvetto e Sarpi – e spiega dove e come la cosa potrebbe funzionare: «Si prendono dei quartieri residenziali fatti di villette, quartieri o aree dove gli abitanti si conoscono tutti. Si appendono adesivi e cartelli che segnalano come gli abitanti siano attivi nel controllare il quartiere ed è fatta».

Secondo Maullu la presenza dei cartelli «è di per sé un deterrente psicologico per chi delinque» e l’iniziativa «chiede semplicemente una maggior sinergia tra cittadini e forze dell’ordine, in particolare la polizia locale». Che è più vicina al territorio, dipende dai sindaci e «ci permetterà di creare una banca dati in cui, per ciascun territorio, verranno catalogati i reati più frequenti». Certo, in alcune zone «servirebbe più polizia» ammette l’assessore, «ma l’epoca dei finanziamenti a pioggia è finita», dopo che negli ultimi 5 anni in Lombardia «abbiamo dato ai Comuni 90 milioni di euro per la sicurezza, tra divise per la polizia locale, automobili di servizio, telecamere per la videosorveglianza e così via».

Ora i cittadini devono collaborare. L’idea arriva dall’Inghilterra, ma il primo ad importarla è stato un piccolo comune in provincia di Varese: Caronno Pertusella. Quando a luglio debuttò il «controllo di vicinato» il sindaco del posto, Augusta Maria Borghi, sminuì la portata dell’iniziativa: «È un sistema basato semplicemente su rapporti di buon vicinato… Non si tratta di ronde ma solo di guardare la casa del vicino quando questo non c’è». C’è un sito, www.controllodelvicinato.com, creato da alcuni cittadini della zona. Racconta l’essenza dei controllori fai-da-te con le istruzioni racchiuse in uno stampabile di 16 pagine dove si spiega che la cosa, stringi stringi, si concretizza nel «far sapere a chiunque passi nella zona controllata che la sua presenza potrebbe non passare inosservata».

Sia chiaro: «A nessuno viene chiesto di fare eroismi», piuttosto «parliamo un po’ di più con i vicini, come si faceva una volta». È la rivincita della portinaia ficcanaso, che avranno occasione di farsi nominare coordinatore del vicinato. Gli avventori di vie sconosciute saranno così braccati, spiati, indiziati dalla prima casalinga che si è letta due righe di Agatha Christie. «Chiaro che se qualcuno entra nel quartiere con la musica dell’autoradio a tutto volume o sgommando, ci sarà qualcuno che se ne accorgerà», commenta l’assessore. «Meglio anticipare un reato. Perché un reato represso è un reato già commesso», insiste. Dall’opposizione alzano le spalle.

«È un’iniziativa estemporanea: molta propaganda, poca sostanza», sintetizza Carlo Porcari, capogruppo Pd in Regione. Certo, dice, «occorre sempre che i cittadini mantengano alta l’attenzione e non si girino dall’altra parte di fronte alla commissione di reati. Qui però c’è il rischio di instaurare una cultura del sospetto nei confronti del diverso, che non è simpatica». Dunque «meglio finanziare di più polizia, carabinieri e vigili urbani. La Regione così facendo si mette in competizione con le ronde leghiste. E questo “controllo di vicinato” rischia di fare la stessa fine».

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