Iper regolamentazione del settore (con costi annessi e connessi) a fronte però di una committenza, anche pubblica, che paga sempre meno, imponendo spesso il sottocosto o – peggio – l’elusione delle norme fondamentali del lavoro e del mercato. Il tutto in un contesto a controlli pressoché zero, che favorisce quindi il dilagare di dumping e concorrenza sleale. Questo il quadro della vigilanza privata italiana descritto da Federsicurezza in una nota al Sottosegretario all’Interno Nicola Molteni. Ma una exit-strategy c’è.
Secondo Federsicurezza, per liberare risorse aziendali, sarebbe utile:

1) ampliare i servizi di sicurezza e dunque il mercato di riferimento. Come? Abbattendo il limite della salvaguardia dei beni (ad esempio prevedendo la possibilità i offrire servizi di vigilanza armata per il controllo dei perimetri dei compund delle unità militari italiane all’estero – che attualmemte è di esclusivo appannaggio degli operatori stranieri)

2) finanziare la formazione e alleggerirne gli oneri (ad esempio prevedendo un addestramento al tiro a segno unitamente alle forze di polizia locale o dei carabinieri, che ridurrebbe i costi, e ancora prevedendo l’intervento delle Regioni (non in veste di mero controllore) con annessi relativi fondi anche europei per la formazione, e dei fondi interprofessionali

3) nel trasporto valori, prevedere l’uso di mezzi blindati più robusti e maggiore attenzione e sicurezza agli operatori

4) e soprattutto, mettere in campo una cabina di regia interministeriale (Interno, Lavoro e Sviluppo economico) a garanzia del rispetto del costo del lavoro come previsto dal Ccnl e dalle rispettive tabelle ministeriali (facendo sì che almeno le committenze pubbliche corrispondano alle imprese del settore un compenso che consenta di operare secondo la legge)

 

FederSicurezza Notaprot N.11  4.03.2019
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