Vigilanza Privata, CCNL e rappresentatività: per contare occorre avere i numeri

Per contare, occorre fare la conta. In altre parole: solo mettendo sul piatto il numero di tessere sindacali e di aziende associate del settore vigilanza privata e sicurezza si può invocare una rappresentanza forte e inoppugnabile  di fronte alle autorità, all’utenza e al mercato tutto. I sindacati dei lavoratori hanno già cominciato: ora tocca alle imprese. Questa la sintesi della tavola rotonda di Federsicurezza dello scorso 30 marzo aperta a tutte le OOSS e Associazioni di categoria e dedicata all’attuale tema della rappresentatività. Un tema che presenta riflessi sul piano contrattuale, naturalmente, ma a cascata anche sul piano dei diritti e della sicurezza dei lavoratori, oltre che della corretta competitività sul mercato e della stessa tenuta dei sistemi di rappresentanza. Perché se non si dimostra di avere i numeri non si può avere credibilità. E senza credibilità banditi, sindacati gialli e stazioni appaltanti spregiudicate avranno sempre la meglio, dal momento che, in questa Italia 2017, delinquere si mostra spesso vantaggioso.


Tutto ciò in barba al processo di certificazione obbligatoria messo in campo dall’autorità tutoria, che su 1326 realtà censite vede ad oggi la bellezza di 376 Istituti certificati. Gli altri, per logica deduzione, o sono fuori regola o hanno ampiamente superato il termine per mettersi in regola, quindi dovrebbero comunque stare fuori dal sistema. Come dovrebbero stare fuori le imprese che adottano contratti con un costo del lavoro inferiore a quello minimo indicato dal Ministero del Lavoro. E ovviamente tutte quelle che evadono le tasse, non pagano assicurazioni e contributi, retribuiscono in nero e chi ne ha più ne metta.
E se lo Stato – è assodato – non ha i mezzi per controllare, almeno che si abbia il coraggio di non cedere al ricatto occupazionale nei casi di illegalità più eclatanti e verificate. Altrimenti si ritorna al punto di partenza: scegliere le scorciatoie diventa premiante.

Il Consiglio di Stato, ha ricordato Vincenzo Acunzo (Ministero dell’Interno), ha dichiarato che la sensibilità del settore sicurezza giustifica la richiesta di un riferimento contrattuale “comparativamente più rappresentativo” nel DM 269/2010. Quindi un ancoraggio giuridico potremmo averlo, ma sarebbe certamente più facile imporsi sul Ministero del Lavoro se non vi fossero in essere altri contratti, ha chiosato Acunzo, perchè la frammentazione non giova ad un settore che pretenda riconoscimento. Se poi il settore crescesse davvero, sulla via di una convergenza che si è notata anche dalle varie rappresentanze presenti alla tavola rotonda, la strada sarebbe ancor più spianata: “le nostre 40.000 guardie giurate non bastano: occorre aprire il contratto a nuove figure professionali che porteranno nuova forza e nuova rappresentatività. Ma per farlo occorre rifondare del tutto l’attuale impianto contrattuale, senza i copia-incolla del passato” – ha dichiarato Luigi Gabriele (Federsicurezza). Una proposta attuativa arriva da Uiltucs-UIL (Stefano Franzoni): “pensiamo ad un contratto della sicurezza, non a due o tre contratti diversi con un’unica copertina, ma a capisaldi comuni che poi si dipanano in parti speciali. E potenziamo il welfare, rendiamo attraente la bilateralità e l’appartenenza ai sistemi di rappresentanza”.

Per farlo, però, occorre avere il coraggio di giocare a carte scoperte, mettere sul piatto i numeri veri del settore e allontanare le aziende (ma anche i lavoratori) che escono dal perimetro di legalità, trasparenza e sicurezza tracciato e condiviso dal sistema.
Se il settore della vigilanza privata avesse il coraggio di fare un passo così radicale, allora si potrebbe davvero cominciare a parlare di sviluppo.