Vigilanza privata e salario minimo: ci pensano i giudici?

19 Ago 2023

di Ilaria Garaffoni

Sarà il comparto vigilanza privata e servizi di sicurezza a portare il salario minimo in Italia? Secondo Repubblica sì, e porta l’esempio di Mondialpol, che annuncia aumenti fino al 38% sul CCNL di settore per scongiurare il commissariamento. Ma, in assenza di una maggioranza favorevole in Parlamento, può la magistratura occuparsi di un tema così politico?

Le posizioni sono varie.
Lato sindacale, la stessa Uiltucs che ha innescato la miccia giudiziaria pare voglia ritessere le fila di un accordo sul piano contrattuale nazionale, capace di portare effetti positivi sull’intero comparto.

Quel che però è certo è che gli interventi giudiziali rischiano di avere ricadute negative sugli stessi lavoratori delle aziende coinvolte, oltre a distorcere la libera concorrenza. Inoltre, come ha dichiarato Tito Boeri (ex presidente Inps) a LaPresse, non aiutano i lavoratori più svantaggiati “che non possono rivolgersi a un giudice ogni volta che hanno un problema”.

Lapidaria invece USB Vigilanza: “secondo le imprese, l’intervento dei giudici potrebbe provocare uno shock economico con la conseguenza di eliminare dal mercato le imprese che rispettano fedelmente il contratto collettivo – se mai ce ne fossero – a vantaggio di quelle che operano al di là delle norme. Ricordiamo che la Magistratura è tenuta a perseguire i reati e non ad assicurare la tenuta economica del comparto. Da troppi anni, infatti, dietro il falso mito della salvaguardia occupazionale si è permesso ai gruppi industriali di calpestare la dignità dei lavoratori”.

Di sicuro sarà molto difficile far digerire ai clienti un nuovo listino, anche se frutto di un adeguamento giudiziario: è assai più facile ipotizzare che i committenti si rivolgeranno ad altro fornitore (nella segreta speranza che anch’esso non venga poi colpito da analoghi provvedimenti).

Se però ci fosse una norma che fissa per legge l’entità del salario minimo, le cose sarebbero più facili – si dirà.

E invece no, risponde il Cnel, che in una memoria depositata in Commissione Lavoro della Camera l’11/07 argomenta: “la questione salariale non può essere ricondotta unicamente ad un dibattito sull’opportunità, o meno, di introdurre un salario minimo legale, ma deve andare a toccare i principali problemi che ostacolano la crescita dei salari dei lavoratori in Italia, dai rinnovi contrattuali alla diffusione del dumping contrattuale, dalla crescita esponenziale del costo della vita all’elevato cuneo fiscale, fino all’impatto della precarietà e del lavoro povero”.
Insomma: il salario sarebbe solo la punta di un iceberg che il Titanic ciaone proprio.

E per un ex sindacalista, nonché dirigente del Ministero del Lavoro e parlamentare, come Giuliano Cazzola, non spetterebbe nemmeno ai giudici decidere se i minimi previsti dai contratti siano costituzionali. Agghiacciante il suo commento a LaPresse: “siamo tornati all’ordinamento fascista del lavoro quando la magistratura del settore, in caso di mancato accordo tra le parti, decideva”.

Riassumendo: il CCNL siglato dalle rappresentanze sindacali di settore è ritenuto dai magistrati “sotto la soglia di povertà”, dunque i sindacati non sono (più?) titolati a definire un salario adeguato.
Ma neppure la magistratura sembra titolata a valutare una cifra minima salvo essere accusata di fascismo.
E se neppure la legge può fissare un salario minimo perchè non è che la punta di un iceberg di problemi che rasenta la calotta artica, allora chi può farlo? Come, quando e soprattutto: con quali parametri di riferimento?
Ai posteri.

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