Vigilanza privata: non di solo soldi (peraltro pochi) è fatta la professione

13 Mar 2026

di Ilaria Garaffoni

Non di solo soldi (peraltro pochi) è fatta la professione. Chi fa vigilanza privata si sente utile alla collettività, ha senso civico e rispetto della legalità. Peccato che nessuno se ne accorga. Non la cittadinanza che quegli operatori vorrebbero proteggere. E nemmeno le aziende che li impiegano – pagandoli poco e massacrandoli di notturni e festivi. La svalutazione del lavoro, la mancanza di prospettive di carriera, la difficoltà di conciliare vita e lavoro. E poi salari bassi, “precarietà legalizzata” dal sistema degli appalti e un rischio professionale tutt’altro che teorico. Risultato: nessuno vuole più fare questo lavoro. Si sa da anni. Ma ora lo certifica una ricerca EBIVER–Ires che guarda nel buco della serratura dei servizi di sicurezza. E ci trova crepe e tarli.

Chi lavora nella vigilanza privata

Per capire perchp si fa questo mestiere bisogna partire da chi lo fa. La vigilanza armata resta un mondo maschile; le donne crescono solo nei servizi di sicurezza non armata e nelle funzioni amministrative. Ed è pure un universo machista: stereotipi di genere e modelli professionali tradizionali resistono, anche se qualcosa pare si stia muovendo.
Sulla carta il lavoro è stabile: prevalgono infatti contratti a tempo indeterminato e tempo pieno – soprattutto tra gli uomini. A sparigliare le carte ci pensano però le logiche dei cambi di appalto trasformando stabilità formale in precarietà sostanziale – con buona pace della clausola sociale.


Perché si lavora nella vigilanza privata

La maggior parte dei lavoratori entra nel settore per tirare a campare, non è una novità.
Ma chi ci entra sviluppa poi un’identità professionale che non esiste in nessuna fabbrica. Rispetto della legge, tutela delle persone, senso civico, rispetto della divisa. I ricercatori lo chiamano “orientamento civico-securitario”. In sostanza: un senso di missione al servizio alla collettività. E se ripartissimo da questi elementi – valorizzando divisa, gradi e senso di appartenenza “corporativistico” – per rafforzare l’attrattività del settore?

La risposta è NI, perché proprio questa dimensione valoriale, ben presente tra gli operatori, non è riconosciuta all’esterno. Le guardie giurate non si sentono percepite, né tanto meno valorizzate, dalla cittadinanza e dalle stesse aziende. Il riconoscimento arriva però da colleghi, superiori e clienti. E questo ci dice che chi paga per il lavoro (il cliente) lo considera fatto bene; chi conosce il lavoro (il collega, il superiore) lo considera fatto bene: è chi non conosce il servizio (la cittadinanza) non lo considera di valore. Anzi, non lo considera proprio.

Come cambiare la percezione della vigilanza privata

Serve uno storytelling nuovo? Una narrazione che superi le polarizzazioni ideologiche e riporti la sicurezza privata dentro al dibattito senza militarizzarlo, ma nemmeno ridurlo a banale “percezione”?
O servono strumenti normativi diversi? La qualifica di pubblico ufficiale, per esempio, spesso richiesta dalle guardie giurate?
O un ampliamento delle competenze della sicurezza privata nella sicurezza urbana? Certo non serve affidare la prevenzione dei rischi e la gestione dei conflitti della movida a street tutor con 10 ore di formazione, come ha fatto la Regione Emilia Romagna. Le guardie giurate e gli addetti alla sicurezza nei locali hanno una preparazione decisamente più solida. E sono già pronte all’uso.

Cosa non funziona nella vigilanza privata

La ricerca non fa sconti: le criticità organizzative sono quelle che gli operatori ci raccontano da sempre. Straordinari continui, cambi turno senza preavviso, ferie e riposi che saltano. Risultato: due operatori su tre sono stressati. Ed è vero che lo stress lavoro correlato è ormai trasversale – per l’INAIL colpisce il 42% dei lavoratori del terziario – ma nella sicurezza privata assume contorni inquietanti. Rischio operativo, aggressioni verbali (e pure fisiche), uniti a salari bassi e scarso riconoscimento sociale: un cocktail al vetriolo per chi cerca un minimo di soddisfazione nel lavoro. E indovina un po’: i meno insoddisfatti del loro lavoro sono i dipendenti amministrativi. In sostanza, chi non fa vigilanza.

Tra i nodi più pesanti ci sono ovviamente le retribuzioni. E la paura del futuro – molti lavoratori temono di non riuscire a garantirsi una vecchiaia dignitosa. Non è purtroppo un timore irrazionale: il sistema degli appalti, su cui si regge buona parte del settore, tende a comprimere i costi. E nel codice degli appalti i servizi restano penalizzati rispetto ai lavori anche sul tema dell’adeguamento dei prezzi, inclusi quelli legati agli aumenti salariali. Che anche le imprese virtuose faticano quindi a sostenere.

Cosa cambierà nella vigilanza privata

La buona notizia è che gli operatori non hanno paura di essere sostituiti dall’Intelligenza Artificiale (non come succede ai colletti bianchi, per intenderci). Ed è vero che l’AI ad oggi serve a perfezionare e velocizzare il lavoro dell’uomo, ma proprio per questo nel tempo serviranno sempre meno uomini per fare la stessa quantità di servizi.
Quindi in prospettiva non c’è tanto da stare allegri. Diverso è l’approccio con tecnologie come droni di aria (ancora poco sfruttati/richiesti) o di terra (cani robot), che al contrario sono strumenti di safety, permettendo di monitorare ed esplorare aree che potrebbero mettere a rischio la salute e sicurezza umana.

In ogni caso il futuro passa dalla formazione continua e da competenze sempre più specializzate.
E anche da un uso responsabile dell’intelligenza artificiale che semplifichi il lavoro degli operatori. Magari accompagnato da aumenti salariali che non costringano sti cristiani a fare straordinari a raffica per poter arrivare a fine mese.
Tutto questo si intreccia con il rinnovo del contratto nazionale e con il ruolo della contrattazione nel ridisegnare il settore.
La contrattazione anticipata – cioè avviata prima della scadenza naturale dei contratti – può dare il tempo tecnico e negoziale per costruire un contratto adeguato ai tempi anche sul piano dei contenuti normativi e delle tutele. E resta fondamentale contrastare i contratti pirata che generano dumping economico e normativo. Ma serve anche uno sforzo della politica, che ha spesso delegittimato i corpi intermedi invece di coinvolgerli.

Perché la questione in realtà è semplice: tutti vogliono sicurezza, ma pochi vogliono pagarla. E per non pagarla, è più comodo non vederla nemmeno.

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